Cresce la rabbia degli iraniani contro la propaganda filopalestinese
In un momento di estrema tensione per la Repubblica Islamica, un nuovo e violento episodio scuote le fondamenta della capitale iraniana, portando alla luce una frattura sociale ormai insanabile. Circa duecento manifestanti hanno preso d’assalto la residenza dell’ambasciatore dell’Autorità Nazionale Palestinese a Teheran, un attacco senza precedenti che ha provocato il ferimento della diplomatica Salam al-Zawawi e di diversi membri dello staff diplomatico. Secondo le ricostruzioni emerse nelle ultime ore, gli assalitori avrebbero utilizzato molotov e scandito slogan aggressivi, costringendo l’ambasciatrice e la sua famiglia a rifugiarsi nei sotterranei dell’edificio prima dell’intervento delle forze di sicurezza. Salam al-Zawawi, in carica dal 2022, è stata trasportata in ospedale per i postumi di un principio di asfissia causato dai fumi dell’attacco, mentre la sede diplomatica ha riportato danni strutturali ingenti. L’episodio, accaduto in un mese segnato da proteste di massa in oltre cento città del Paese, non è solo un atto di violenza isolato, ma il simbolo di un’aperta ribellione contro la politica estera del regime.
Per una porzione crescente della popolazione, soffocata da un’inflazione galoppante, dalla svalutazione della moneta e da una repressione interna che non risparmia l’uso di proiettili veri, l’appoggio economico e ideologico incondizionato a gruppi come Hamas o all’Autorità Palestinese è percepito come uno spreco intollerabile di risorse nazionali. “Né Gaza, né Libano, la mia vita è per l’Iran” è diventato il grido di chi vede il proprio futuro sacrificato sull’altare di un’agenda ideologica che isola il Paese dal resto del mondo e alimenta conflitti regionali.
Mentre il blackout digitale imposto dalle autorità cerca di arginare la diffusione delle immagini della rivolta, l’assalto alla sede diplomatica di via Rashid 115 squarcia il velo della propaganda ufficiale: la società civile iraniana, stremata e ferocemente repressa, sta indicando chiaramente che il nemico non è più solo interno, ma risiede in ogni simbolo di quel sistema di alleanze internazionali che ha prioritizzato la causa palestinese rispetto alle emergenze del popolo persiano. Il silenzio del governo di Teheran di fronte a questo specifico evento sottolinea l’imbarazzo di un regime che vede uno dei suoi pilastri identitari — il sostegno alla resistenza palestinese — trasformarsi in un pericoloso catalizzatore di rabbia popolare e instabilità. L’Ambasciata palestinese a Teheran, colpita non per ostilità verso il popolo palestinese in quanto tale ma come simbolo tangibile del “patto di sangue” degli ayatollah, resta oggi una struttura danneggiata e presidiata, specchio di un Paese dove lo slogan “Donna, Vita, Libertà” si è fuso con la rabbia per la fame, trasformando ogni rappresentanza del potere in un potenziale bersaglio. La diplomazia iraniana, attraverso il ministro Abbas Araghchi, tenta di derubricare gli assalitori a “elementi terroristici guidati dall’esterno”, ma la vastità della partecipazione popolare suggerisce una realtà ben diversa: una società civile che non riconosce più la legittimità dei propri governanti né la bontà delle loro alleanze storiche.

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