Il Dietrofront sul reato di violenza sessuale: si passa dal "consenso" al "dissenso"

 


La Commissione Giustizia del Senato ha approvato le modifiche proposte da Giulia Bongiorno sul reato di violenza sessuale: dall' introduzione del criterio di consenso si passa al suo contrario il dissenso. Un voltafaccia che rischia di peggiorare la legge anziché migliorarla. 

Dopo l' annuncio dello scorso novembre a pochi giorni dalla Giornata Internazionale contro la violenza maschile contro le donne,  c'è stato un clamoroso dietrofront da parte del governo sul disegno di legge per introdurre  il criterio del consenso nei casi di violenza sessuale: quel "consenso" "libero e attuale"  si è passati a quello "riconoscibile" per approdare infine alla volontà contraria, cioè l' esatto opposto. 

Un voltafaccia pericoloso che rischia di peggiorare la legge anziché migliorarla e rendere i processi più difficili per le vittime. 

Nonostante le critiche e le proteste delle opposizioni e dei movimenti femministi, martedì scorso la commissione giustizia del senato ha infatti approvato le modifiche del testo proposte da Giulia Bongiorno. 

Dal consenso al dissenso 

Il 12 novembre la Camera aveva approvato a all' unanimità un emendamento del disegno di legge per modificare il reato di violenza sessuale proposto la Laura Boldrini, che avrebbe introdotto il criterio del consenso. La legge attuale definisce lo "stupro" come la costrizione a compiere atti sessuali mediante "violenza" o "minaccia" o "mediante abuso di autorità", oppure quando si abusa delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della  persona "offesa". Da molti anni però la giurisprudenza riconosce che questi criteri rischiano di escludere tutti quei casi  in cui  la  vittima non  reagisce o non si difende, o in casi in cui l' intimidazione non è così esplicita, come avviene tra persone sposate o che hanno una relazione. 
Di  fatto anche se non è menzionato nel codice  penale, il criterio del consenso viene ampiamente adottato nei processi. E' violenza se la vittima non ha dato il proprio consenso all' atto sessuale, non se ha  urlato, si è difesa o se ha opposto resistenza. La proposta di modificare il reato  serviva proprio a colmare la  discrepanza tra la legge e la sua applicazione nei tribunali, che  senza un riferimento giuridico chiaro  era lasciata in mano all' interpretazione  dei giudici.  Inoltre negli ultimi cinque anni tredici paesi europei hanno introdotto il criterio del consenso. L' ultimo è la Francia, che ha deciso di cambiare la legge dopo il caso di Gisele Pelicot, la donna che per vent' anni è stata fatta stuprare mentre era incosciente dal marito che reclutava gli aggressori su Internet. 

Una legge peggiorativa 

La legge attuale non è affatto perfetta ma il riferimento all' introduzione alla "volontà contraria" della persona offesa rischia  di caricare ancora di più su di lei il compito di dimostrare in sede processuale di essersi opposta all' atto sessuale. Che si sia arrivati a un testo che va nella direzione completamente opposta di quella approvata all' unanimità alla Camera, dopo l' annuncio in pompa magra di un accordo straordinario tra tutte le parti politiche, fa pensare che non è affatto  nell' interesse della  destra impegnarsi a combattere la violenza sulle donne, come ripetuto più e più volte. 
Piuttosto che  approvare a una legge peggiore di quella attuale, sarebbe più saggio lasciar perdere come chiesto dalle opposizioni e dai movimenti femministi. 
C'è ancora tempo se il Senato approverà il nuovo testo, sarà necessario un nuovo passaggio alla Camera prima che la legge entri  in  vigore. E sarà bello vedere come si giustificherà il fatto che solo un paio di mesi fa tutti i quattrocento deputati avevano approvato l' esatto contrario, festeggiando il loro impegno nella tutela delle donne. 

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