La burocrazia dell’Unione europea minaccia la pesca dell’Alaska

 




Il principio di base trova il pieno consenso di entrambe le sponde dell’Atlantico: la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (INN/IUU) costituisce una minaccia globale e va contrastata con la massima fermezza per tutelare la biodiversità marina, garantire la sostenibilità economica dei territori costieri e proteggere i mercati commerciali dalla concorrenza sleale. Tuttavia, quando l’applicazione normativa si scontra con la realtà operativa, la digitalizzazione rischia di trasformarsi in una barriera commerciale sproporzionata. È esattamente questo il nucleo del duro scontro che vede contrapposte le principali organizzazioni dell’industria ittica statunitense e le autorità dell’Unione europea attorno a CATCH, la nuova piattaforma digitale europea creata per gestire la tracciabilità e i certificati di cattura per le importazioni di prodotti della pesca da Paesi terzi.

In una mossa coordinata di forte impatto mediatico e politico, le quattro associazioni guida del settore ittico americano, la Pacific Seafood Processors Association (PSPA), l’Alaska Seafood Marketing Institute (ASMI), l’At-sea Processors Association (APA) e la National Seafood Association, hanno alzato la voce per chiedere una revisione profonda e immediata del sistema CATCH. Il punto di partenza dell’iniziativa è la pubblicazione del documento strategico (white paper) intitolato Advancing EU Efforts to Combat IUU Fishing: Why CATCH Needs Reforms (Promuovere gli sforzi dell’UE per combattere la pesca INN: perché CATCH necessita di riforme).

Il testo articola una diagnosi chiara sulla tematica ittica. Gli attuali requisiti di CATCH creano ostacoli ingiustificati e penalizzanti per il commercio di prodotti ittici pescati in modo pienamente legale e sostenibile, fallendo nell’adattarsi alle reali architetture logistiche e industriali delle filiere ittiche più complesse. L’affondo dell’industria statunitense non nasce da un’opposizione di principio alla tracciabilità. Come dichiarato da Julie Decker, Presidente della Pacific Seafood Processors Association, le imprese americane condividono appieno l’obiettivo dell’Unione europea di sbarrare il passo al pescato illegale, ma ciò che viene contestato è l’assenza di pragmatismo, dato che il sistema CATCH impone costi amministrativi giganteschi e complessità burocratiche estreme a carico di operatori legittimi e virtuosi, senza però apportare alcun reale beneficio nell’individuazione dei prodotti provenienti da pesca INN.

Il divario tra la teoria normativa europea e la pratica industriale dell’Alaska risiede nella struttura stessa delle operazioni alieutiche nel Pacifico settentrionale, poiché il sistema CATCH presuppone un tracciamento rigido, lineare e frammentato, pretendendo di collegare ogni singolo lotto di prodotto finale a specifiche imbarcazioni, date di sbarco e volumi di cattura. Nelle acque dell’Alaska la filiera segue invece dinamiche di aggregazione e trasformazione altamente efficienti. Centinaia di piccole imbarcazioni commerciali consegnano quotidianamente il pescato a navi appoggio galleggianti (tenders) o a grandi impianti di lavorazione a terra dove il prodotto viene rapidamente lavorato, selezionato e congelato per garantirne la massima freschezza e qualità, fase durante la quale la materia prima proveniente da decine di imbarcazioni differenti viene inevitabilmente unificata in lotti di lavorazione omogenei. Imporre il modello CATCH in questo contesto significa pretendere che per una singola spedizione di container diretti in Europa vengano compilati manualmente centinaia o migliaia di campi dati, incrociando i registri di ogni singola imbarcazione e richiedendo la firma digitale dei rispettivi comandanti, un requisito che per le flotte dell’Alaska, molte delle quali operano in zone remote con connettività limitata, si traduce in una paralisi operativa o in un insostenibile moltiplicatore di costi di gestione.

Le conseguenze di questo cortocircuito normativo si vedono già nella pratica, dato che i primi test di applicazione dei criteri di bilancio di massa e verifica formale previsti dalle direttive europee hanno causato blocchi doganali per circa 16.000 tonnellate metriche di prodotti ittici provenienti dall’Alaska nei porti di arrivo europei, in particolare nei Paesi Bassi, dove il sistema dei coefficienti di resa industriale utilizzato dalle autorità doganali non riconosce le naturali variazioni stagionali nella resa del pescato e le specificità dei diversi tagli, generando ingiustificati sospetti di incongruenza formale su merci assolutamente trasparenti e tracciate dai rigidi controlli federali statunitensi della NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration). Il valore economico della partita è ingente, considerato che l’Unione europea rappresenta uno dei mercati d’esportazione strategici per i prodotti ittici dell’Alaska, con un volume d’affari diretto che supera i 750 milioni di dollari all’anno.

Un blocco prolungato o l’impossibilità tecnica di adempiere alle richieste di CATCH si tradurrebbero in un divieto di accesso di fatto per il salmone, il merluzzo del Pacifico, il pollock e i granchi dell’Alaska, favorendo paradossalmente concorrenti che operano in regimi di controllo meno stringenti.

Per evitare un’escalation che danneggerebbe sia i produttori americani sia la catena di approvvigionamento e di lavorazione europea, l’alleanza composta da PSPA, ASMI, APA e National Seafood Association ha formalizzato una serie di raccomandazioni pratiche nel white paper, tra cui spiccano la concessione della tracciabilità consolidata a livello di impianto di trasformazione (facility-level aggregation) per gli stabilimenti soggetti a controlli statali privi di rischio INN, lo sviluppo di interfacce informatiche automatizzate (API) e funzionalità di caricamento massivo (bulk upload) per evitare l’inserimento manuale scheda per scheda, la ricalibrazione dei coefficienti di resa nei bilanci di massa per rispecchiare la reale variabilità biologica del pescato e la concessione di periodi di transizione prolungati prima dell’applicazione vincolante delle sanzioni doganali. L’azione congiunta delle organizzazioni statunitensi punta a trasformare CATCH da potenziale barriera burocratica a uno strumento digitale moderno, flessibile ed efficace, capace di proteggere i mari senza penalizzare chi della sostenibilità e della legalità ha fatto il proprio punto di forza.

A Cura di Domenico Letizia 
Fonte: dynames.it

Commenti

Post popolari in questo blog

Depressione e ansia, l'intelligenza artificiale le individua da un questionario

PetPhone, come funziona lo smartphone per animali domestici

Chi ha meno risorse è più generoso: il paradosso dei ricchi svelato dalla scienza