Caso Pike: Davvero ancora accettabile la pena di morte?

 



Il caso di Christa Pike ha riacceso il dibattito sulla pena di morte: il 52 percento degli americani è ancora favorevole. 

Da giorni non si parla d' altro che del caso di Christa Pike, della pena di morte e del fallimento nella sua esecuzione. L' opinione pubblica si è infatti divisa sull' efficacia o meno della pena capitale come punizione. 

Pike nel 1996 era stata condannata a morte per aver ucciso e torturato una studentessa insieme ad altre ragazze. 

Sarebbe stata la prima donna giustiziata in Tennessee dopo circa 200 anni, ma è sopravvissuta a due iniezioni letali.   

Che Christa Pike è colpevole è innegabile e che sia necessaria fare giustizia altrettanto. Ma la pena di morte nel 2026 può essere ancora considerata una pena corretta. 

Secondo il 52 percento degli americani, effettivamente, la morte imposta dallo Stato è la pena corretta per chi commette un omicidio. Ma una pena che non si può annullare può davvero essere giusta. Negli USA per ogni otto persone giustiziate, una è stata scagionata dal braccio della morte. 

Secondo chi è a favore della pena di morte, questa servirebbe anche come lezione e deterrente per altri possibili omicidi. Ma negli Stati americani che la praticano, i tassi di omicidio sono più alti di quelli che l' hanno abolita, che non hanno subito aumenti. 

In molti casi traumi e malattie mentali non vengono considerati delle decisioni finali. Come nel caso Pike: Christa Pike ha subito abusi sessuali per tutta l' infanzia e le è stato diagnosticato un disturbo bipolare, oltre che un post-traumatico da stress. 

Fare giustizia non significa replicare la violenza. La consapevolezza di Christa Pike non cancella la gravità di ciò che ha fatto. 

Ma una pena è davvero giusta se non lascia spazio a una rieducazione, se ignora le vulnerabilità e che trasforma lo Stato in chi decide chi può vivere e chi no.  

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